Franco Sciacca, (Giuseppe Firrincieli)

 

Che la Sicilia rappresenti una platea di contraddizioni ben identificate e non fruibili è un fatto puramente assodato nei secoli; il bello è bello, il brutto è brutto. La natura, qui, si esprime con lo zolfo, che richiama l'idea del diabolico, con il sale, che rappresenta echi sonanti di bianco splendore. Bianco e nero, due colori senza sfumature, dentro precisi reticoli, non si mischiano, stanno al loro posto. A farli risaltare ci pensa il fuoco del maestoso Mongibello, quel rosso che detiene i più pregiati minerali esistenti, andandoli a raccogliere nel bel mezzo del globo dove viene custodita la genesi, il calore originano, quello che ha espresso l'energia per la creazione della cellula della vita. Ci pensa ancora il verde della propria vegetazione, come l'acqua mediterranea dai suoi cristalli policromatici che esalta la bellezza di questo angolo di mondo. E la Sicilia è la cellula del fascino, proprio per i suoi contrasti interni ed esterni, quella che ammalia il vero artista, il vero amante dell'amore della bellezza. In questa terra di fuoco, l'originalità dello splendore consiste nella espressione del bello, in qualsiasi quark che compone l'elemento. E non è esistita validità artistica visiva o poetica più intensa ed espressiva di quella che riesce ad esaltare, un particolare, il centro o il margine, il diritto o il rovescio, di un composto, una volta scomposto e messo a nudo. La fertilità dei paesaggi, il calore naturale, l'animo della vita, rappresentano, ancora, possibili estrazioni che per mano di un artista possono ritrovarsi in valide proposte creative. E nella poliedrica panoramica siciliana della performance artistica, visiva, poetica e di pensiero, negli anni sessanta, un ancor timido autore, detentore di un valido indirizzo artistico, profusogli dal maestro Rio Motta, trova spazio con la propria tavolozza. Figlio d'arte, la madre Santa Sciacca valente pittrice, a vent’anni, proiettato alla ricerca di una propria identità artistica, avvertì il bisogno di evadere dalla sua Sicilia, con un unico ed intenso desiderio: approfondire le proprie conoscenze dell'arte visiva. E Franco Sciacca, allora giovane pittore studia la Scuola di Posillipo, i Macchiaioli Fiorentini, la scapigliatura lombarda, l'impressionismo francese. E l'impressionismo diventa la sua guida artistica. Consideratosi arrivato solo al primo stadio della propria valenza artistica si incontra con la pittura del Segantini e del Seurat. Siamo alla fine degli anni settanta e si intuisce il cambio di rotta creativo con l'applicazione della tecnica del divisionismo, però molto personalizzato. Va in Francia studia autori come Cezanne, Seurat, Signac ed espone una vasta personale ad Aix en Provence. Le ultime esperienze di critica positiva, lo riportano entusiasta in Sicilia, e, carico di progetti, incomincia una nuova produzione artistica che centra in pieno la pittura che tanto aveva cercato. Un divisionista siciliano «Non divisionista» si afferma agli occhi della critica. Incomincia a raccogliere e a trasferire sulla tela i tesori nascosti della espressione bucolica, attinge dall'animo dei suoi personaggi con il pennello, l'essenza catartica, scompone le luci, raccogliendo splendenti sprazzi cromatici conservati come tesori nascosti. E la fertile produzione artistica di Franco Sciacca consiste proprio nel saper trasportare sulla tela pregi e difetti che la sua terra esprime. L'esaltazione della solitudine, della quiete, di un «lento» scandire del tempo, di un movimento sinuoso dove la fatica può apparire dolce e fisica, ma carica di soddisfazioni, viene espressa da una esplosione di luci e di inseguimento di colori. L'Aratura e la trebbiatura sono adesso arrivati ad uno stadio alto di pregio artistico, dove un'agave può apparire rossa perché i riflessi di luce appaiono nei quadri di Sciacca all'imbrunire o all'alba, quando tutto si scompone e si compone allo sguardo di questo autore, in cui il sapere dell'artigiano e l'animo del poeta sono le uniche cose che riescono a fondersi.

Giuseppe Firrincieli

 

 

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